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Origini Storiche


Phitecusa

L’isola d’Ischia è stata certamente abitata sin dai tempi della preistoria; reperti appartenenti al Neolitico Medio Superiore dimostrano che insediamenti umani appartenenti all’età del Ferro e all’età del Bronzo erano presenti sull’isola. Ma il vero insediamento umano di Pithecusa, antico nome dell’isola, si è avuto intorno al 776 – 760 a.C., molto prima della fondazione di Cuma (750 a.C.), da parte di colonie greche provenienti da Calcide e da Eritra, le due principali città dell’isola di Eubea. Navigando il Mediterraneo per miglia e miglia, da Oriente ad Occidente del grande bacino, i nostri progenitori, cercando una base di appoggio per i loro commerci, si fermarono su di un’isola per tanti aspetti simile a quella che avevano lasciato, trovando condizioni favorevoli per impiantare vigneti ed uliveti come in Grecia. Trovarono anche materiale per la produzione di oggetti di ceramica, arte in cui erano specializzati, e che esportavano in tutto il Mediterraneo. Si dedicarono anche alla lavorazione di metalli, importando ferro e rame dall’isola d’Elba. Ricrearono quindi, sulla nuova isola, le stesse attività che svolgevano su quella da cui erano partiti, sviluppando e ampliando la rete dei loro commerci con gli Etruschi, con i Tirreni e con gli altri popoli rivieraschi. Tutto il commercio greco arcaico avveniva con la valutazione in buoi, già documentata dai tempi di Omero; la ricchezza era rappresentata dalle mandrie di buoi; i ricchi erano chiamati “Polibutes” cioè con molti buoi, e i poveri “Abutes”, cioè senza buoi. Assieme ai buoi, oggetti di commercio e di scambi, erano ancora oggetti preziosi, armi, vasellami, pelli e vino. (Del resto anche in età romana si calcolerà il reddito dei cittadini in buoi e montoni). La parola latina “pecunia” (soldi) deriva da “pecus” = bestiame. Solo in seguito alle guerre tra Etruschi e Cuma, compaiono sull’isola le prime monete greche.

Pithecusa si estendeva con le sue abitazioni sulle colline di Monte Vico, in piazza Santa Restituta, lungo tutto il litorale di Lacco Ameno. Qui si sono trovate fornaci per la fabbricazione di terrecotte e ceramiche a vernice nera sia pregiate, come brocche ed anfore, sia utensili di uso comune non verniciati, come pentole padelle e tegami. Proprio per la sua attività di lavorazione dei vasi le viene il nome di Phithekoussai da “phitos” = vaso.

Fu anche da Phithecusa che si diffuse fra i popoli latini l’uso dell’alfabeto greco-calcidese usato per primo dagli Etruschi.

Purtroppo le tensioni esistenti nella madrepatria si fecero sentire anche tra le colonie dell’isola e presto iniziò il progressivo declino dell’importanza di Phitecusa.

Aenaria

Con l’età romana Phitecusa assunse il nome di Aenaria e divenne luogo residenziale di villeggiatura, specialmente per la presenza sull’isola di acque termali. Nello specchio d’acqua tra Cartaromana ed il Castello è stato possibile individuare, a parecchi metri sotto il livello del mare, un villaggio di età romana. Si tratta di un centro industriale con numerose fabbriche di terrecotte e di fonderie di metalli, specialmente di piombo usato per la fabbricazione di frecce che i soldati usavano nei combattimenti o che venivano trasportate nel porto di Miseno, dove stazionavano navi romane. Proprio per questa sua attività le deriva il nome Aenaria, cioè “città dei metalli”.

Nel primo secolo a.C. un improvviso assestamento tettonico portò al distacco del Castello dall’isola maggiore e da qui il nuovo nome di “Insula Maior” e “Insula Minor” o Girone, perché gli si poteva girare intorno con una barca.

Reperti archeologici dell’Età Neolitica e del Bronzo ci danno la sicurezza che l’isolotto fu abitato da popolazioni primitive, mentre mancano reperti appartenenti all’età greca e romana. Probabilmente, i coloni greci e romani, per i loro impianti industriali e per i loro commerci, preferirono insediarsi in luoghi più vicini a basi portuali. Solo più tardi con le incursioni di sbarchi saraceni, la vita sull’Insula Maior divenne impossibile e gruppi di famiglie si rifugiarono sull’isolotto in cerca di sicurezza e di un posto dalla cui altura potessero, con lanci di pietre, attaccare il nemico.

Una cronaca riportata dal conte Marino, uno dei primi proprietari del castello, così riferisce: ” I saraceni, furibondi, volteggiando intono al castello, combatterono con feroce accanimento contro Girone, ma non riuscirono ad espugnarlo ed allora pieni di vergogna si ritirarono non senza che molti di essi fossero stati anche feriti da colpi di pietra”. Oggi quel periodo storico è documentato da frammenti di vasellame ed utensili da cucina, brocche, lucerne, coppe, boccali, ciotole ed “orciuoli” decorati in verde, azzurro e giallo.

Poi, Aenaria, attaccata dai pirati e soggetta a continui terremoti, fu ceduta da Augusto a Napoli in cambio di Capri e da quel momento la sua storia si intrecciò con quella di Napoli.

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